Esperimenti

mercoledì, 21 dicembre 2005

L'abitare: conflitti interni ed esterni

"La casa rappresenta una parte di noi, di ciò che siamo. E' il luogo che protegge noi stessi e le nostre cose. E' l'ambito dove accumuliamo le nostre memorie, custodiamo le nostre ambizioni, desideri e paure, dove poniamo la vita di ogni giorno, quasi potesse assumere forma tangibile. In un'apparente contraddizione, le mura della casa racchiudono lo spazio in cui possiamo essere liberi, svincolati da ogni ostrizione sociale, morale o politica; protetti da queste pareti, troviamo spazio per l'intimità. Ma una casa è anche palcoscenico: rivela non solo ciò che siamo, ma anche ciò che vorremmo essere. Questo la rende un mezzo di rappresentazione di se stessi, che sovrappone alla parte più privata della nostra vita una dimensione prevalentemente pubblica.

Queste idee di domesticità, che influenzano il modo in cui vengono organizzati e operano i progetti residenziali contemporanei, sono in verità concetti recenti, divenuti comuni in seguito alla crescita della classe media che ora può esigere un proprio spazio. Sappiamo che tutti i cambiamenti avvenuti in Portogallo negli ultimi decenni hanno modificato sostanzialmente le nostre consuetudini, gli stili di vita collettivi ed individuali: come abbiamo cambiato le nostre abitudini di consumo e divertimento, i livelli di educazione e cultura, dogmi, modelli e idee, il nostro spazio collettivo è espresso sempre di più al singolare. In questo senso vi è un evidente paradosso tra la standardizzazione abitativa - lo spazio di ogni giorno - e la necessità di individualizzarlo.

Il modello abitativo standard è in conflitto con le caratteristiche del mondo contemporaneo. Poichè infatti se tutti i cambiamenti che sono avvenuti in campi diversi come la psicologia, le arti, la politica, la religione, la sessualità e l'antropologia hanno delle conseguenze sulle dinamiche mutevoli dei nuclei famigliari, questo non è rispecchiato negli spazi del nostro quotidiano. Se vi è una conclusione da trarre, essa è che viviamo in uno spazio fisico che non è nostro (non lo è più). Con l'avvento dell'era moderna, l'abitazione è diventata la più significativa materia di studio per lo sviluppo dell'architettura, consentendo un investigazione da laboratorio per la verifica d'idee, significati e tecnologie costruttive. L'abitazione, grazie alla scala contenuta e alla continua evoluzione del programma funzionale, diviene un prototipo per l'architettura; si offre come un'estensione fisica della teoria, in particolare negli esiti delle avanguardie moderne."

Carlos Pedro Sant'Ana

Pubblicato su Domus n.887, dicembre 2005

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cultura, architettura, arte, architettura residenziale

giovedì, 13 ottobre 2005

P&C Department Store, Cologne - Germany

Our client already had a reasonably clear idea of the type of building it wanted to construct: it should evoke a close association between glass and wood, along the lines of the IBM traveling pavilion.
The store (covering a surface area of 22,000 square meters, including 15,000 m² of public space) will be located in a somewhat "rough" and congested urban area. Currently, the project site is occupied by a large underground highway, above which the building will be constructed.

The building will have two parts: one rather classical, cubic in form, and the other being a huge, 5-story glass nave. Inspired by the “orangeries”, greatly popular in the 19th century, this glass house will borrow its principal elements from these historic models. The main structure will consist of vertical wooden arches, spaced 2.5 meters apart. Between each arch, strips of metal will support the glass. The roof of the glass structure will be much lower at the center of the building, to avoid rivaling the neighboring St Antoniter church. The curvature of the site will leave enough space in front of the church to create a public square.
The transparency and lightness of the overall structure, and its virtually diaphanous quality, will contrast with the rest of the district, while hopefully rendering it less oppressive.

Credits:

P&C Department Store
Cologne - Germany

Client:
Peek & Cloppenburg

Renzo Piano Building Workshop, architects - B. Plattner, senior partner in charge

(1999-2005)

         

   

link: http://194.185.232.3/works/054/index.asp

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architettura, arte, star system

giovedì, 07 luglio 2005

L’età elettronica e l’arte di modernizzare

 La ricerca della modernità è la sfida più alta che l’architettura si prepone. Se è vero che l’architettura deve rendere chiara lettura dei tempi che vive mostrandone in tutta la sua forza l’autentico spirito che ne contraddistingue la fase attuale da quella precedente, lo sforzo consiste nella capacità di decifrare le mode e la società che vivono il tempo in cui si innescano. L’architetto, quindi, e l’artista in generale, deve saper leggere, decifrare, scremare, digerire, assimilare ed in ultimo rappresentare le mutazioni che creano le condizioni di stacco tra due differenti epoche, qualora tale stacco si renda evidente e leggibile.               

   Il terreno è fertile, lo scenario ampio, aperto ed al momento illimitato, perché tutto accade senza la piena consapevolezza dell’uomo in quanto individuo. E, colpa della semi incoscienza di ciò che accade quotidianamente, l’architettura vive una fase di stallo in cui si crede nell’esistenza di progressi che nella realtà del concreto sono solo lievi e soprattutto lenti. L’uomo è per sua stessa natura restio ad adattarsi ai  cambiamenti che l’ambiente esterno stimola, e quando questi irrompono con troppa violenza si sviluppa una sorta di autodifesa che tende ad etichettare come un male ciò che provoca sofferenza.

   La futura generazione di architetti sarà una generazione che meglio si presterà a descrivere i cambiamenti. Sarà dotata di una naturale apertura mentale grazie alla quale potrà produrre, e senza grosse fatiche, l’architettura dell’età elettronica. Perché loro non dovranno assimilare nulla di nuovo, in quanto cresceranno assieme ad essa, vivranno con lei e per lei. Il rifiuto dell’età dell’elettronica va di pari passo con il disperato aggrapparsi ai dogmi funzionali vecchi ormai di un secolo. Secolo in cui l’architettura non ha seguito un passaggio fondamentale: “Sono i flussi e non gli ingranaggi il motore del Ventunesimo secolo1. Il fascino del funzionamento della macchina e del suo renderlo manifesto come marchio di un certo tipo di architettura deve lasciare il posto, perché ormai obsoleto già da tempo, al fascino dell’informazione, al suo continuo mutare, ed alle interconnessioni, alle interazioni di queste con l’uomo: “Il ZKM - Zentrum fur Kunst und Medietechnologie di Koolhaas -, che vive l’età dell’elettronica, è un organismo complesso, fondato sull’interazione fra le diverse attività interne e fra queste e il mondo esterno. Suo fine è gestire informazioni producendone anche di inattese”2. Una percezione multisensoriale che allarga gli orizzonti e i vecchi confini tra diverse discipline alla ricerca di un unicum spaziale in cui eventi tridimensionali, umani, si confondono, si relazionano con eventi bidimensionali, virtuali, scolpiti o proiettati. E viceversa, naturalmente.

   Stanno mutando in forme totalmente nuove i concetti fondanti l’architettura: spazio, luogo, limite, statico e  dinamico, stanziale e nomade. Mutano i sistemi di riferimento, i sistemi di misura, il “…senso della distanza. Smarrire il senso della distanza significa non saper più distinguere il vicino e il lontano, ciò che ci appartiene e ciò che ci è estraneo; significa indifferenza; dunque, condanna alla perdita della possibilità di entrare in relazione con le cose. Relazionarsi infatti equivale a “misurare” tra sé e le cose intervalli di tempo e di spazio più o meno grandi. Noi “passeggeri” siamo sempre più indifferenti: ai cambi di mezzo, di paesaggio, di stato, cosi come agli incanti del luogo o ai suoi genì. […] Perduta è la nostra capacità di percepirne le voci, di ravvisarne lo spirito. Ma se è proprio viaggiando che la distanza si è “consumata”, è altrettanto viaggiando che si può cercarvi un rimedio. […] Nel viaggio non vi è genius loci, semmai un genius itineris, il cui regno è l’impermanenza, la provvisorietà, un tempo ed uno spazio dinamici, effimeri”.3 E più precisamente: “L’elettronica stimola il nomadismo, cioè la disponibilità a essere sradicati dai luoghi, a vivere viaggiando, sia attraverso spostamenti materiali (auto, treno, aereo) sia per mezzo degli strumenti di comunicazione (radio, televisione, Internet, telefono, teleconferenza)”4.

Tutto è in viaggio: l’uomo e l’informazione. Ciò che mancano sono i luoghi in cui questi si incontrano e legano reciproche relazioni. Luoghi dove l’informazione viene creata e venduta ad un pubblico sempre più esigente. Luoghi di accumulo, all’interno dei quali la gente trova piacevole e fattibile relazionare. Devono essere multiculturali in modo da poter accomunare più gente possibile pur con interessi diversificati, e devono essere luoghi di frizione all’interno dei quali si stimoli la contaminazione tra più soggetti. Contaminazione di qualsiasi tipo e natura. Ad imporlo è lo stesso famigerato mercato globale per mezzo del quale tutti siamo diventati indistintamente – o quasi – abitanti su questa terra.

Moffa Luigi

1-2-4 da HyperArchitettura di Luigi Prestinenza Puglisi

3     da Il “genio” del viaggio di Marco Braghi, Casabella n. 695

Foto. In ordine dall’alto in basso:

1 Guggenheim virtual museum, Asymptote (foto da Architecture Now di Philip Jodidio)

2 Uovo dei venti di Toyo Ito (foto da “HyperArchitettura di L.Prestinenza Puglisi)

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arte, dibattito, architettura digitale

venerdì, 24 giugno 2005

Sordi di solitudine

 

Dicono che cominci con la scomparsa dei suoni più bassi. Non si riescono più a udire i sussurri, ma nemmeno la parte finale delle frasi pronunciate a tono normale. Ogni tanto qualche ronzio e poi la crescente difficoltà di isolare il parlato dai rumori di fondo. E’ la "sordità digitale”, quella che scaturisce dall’uso smodato di apparecchi che producono suoni e sono, per loro natura, destinati a rimanere incollati alle orecchie.

L’audio digitale, che passi per un lettore MP3 o attraverso un cellulare bluetooth, sta in effetti intraprendendo una lotta disperata per impossessarsi, in modo stabile e profondo, dei padiglioni auricolari di intere generazioni. Ma non solo di quelli. L’affermazione incontrastata dell’”elettronica personale” – quella che si “veste”, che ritiene nel taschino, quella che concentra tutto in pochi centimetri di spazio – ha fatto si che anche il suo consumo diventasse una “questione fra sé e sé”. La musica è un fatto sempre più intimo, solitario, da godere intrappolati da una coppia di cuffiette  spugnose, conficcate sempre più profondamente nei canali uditivi. Secondo i ricercatori questa strana sordità da nuovo millennio nasce proprio da una ricerca, anche inconscia, di isolamento, di assoluta personalizzazione della comunicazione, di autismo sociale.

Si alza il volume non tanto per farsi avvolgere dalla musica, quanto per non farsi avvolgere da tutto il resto. Per non sentire lo sferragliare del metrò, per immaginarsi lontani dal traffico, distanti dal chiacchiericcio pettegolo dei colleghi petulanti, da trapani, sirene e bambini che piangono, da tutto quel che non ci piace e ci viene regolarmente imposto. La rotella del volume diventa come il pedale dell’acceleratore, da premere a fondo per liberarsi dagli inseguitori.

E la cuffia diventa un tappo che tiene il suono dentro e il mondo fuori.

Persino il cellulare, che parrebbe il simbolo della comunicazione estrema, è diventato un meccanismo per unire soltanto due persone e tagliare fuori il resto del pianeta. Come dire che si parla tantissimo, ovunque ed in ogni circostanza, ma sempre con le stesse pochissime persone. Si sta in  mezzo alla gente, ma si parla al cellulare; si cammina in mezzo alla gente ma si controllano i messaggi in arrivo.

L’auricolare è perennemente fissato all’orecchio (ormai è di moda non toglierselo anche quando non lo si sta usando) e la voce che parla dall’altra parte è sempre quella. Secondo i sociologi “millenaristi” si tratta di una deriva molto più ampia che non ha a che fare soltanto con le orecchie, ma soprattutto con ciò che vi sta in mezzo.

A sentire gli esperti, insomma, pare che sia il “paradigma del digitale” in se a renderci tutti un po’ più soli, a dispetto di chi invece vede nel bit e nella Rete la grande occasione per una comunicazione senza limiti. Internet diventerebbe quindi, più che un “villaggio”, una via di “fuga globale”, con le sue mille chat, i blog, i newsgroup e i giochi di ruolo in cui disperdere la propria identità e godere di una compagnia che c’è, ma sembra finta.

E proprio per questo, forse, non genera ansia.

Poniamoci il problema prima di sentire quel ronzio. Perché, come dice la saggezza popolare, non v’è peggior sordo di chi non vuol sentire…

 

 Di Andrea Manselli.

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dibattito, architettura digitale, cambiamenti sociali

giovedì, 23 giugno 2005

                                                                   Riflettendo [.2]

Archetipo e tipolgia

Non si può quindi tralasciare un interno per concentrarsi unicamente sull’esterno dell’edificio. Progettare una forma rende come unico risultato l’appagamento di canoni estetici del tutto soggettivi, può piacere o non piacere, passare indifferente. O può attrarre senza raccontare nulla di se, senza custodire nessun messaggio, nessuna metafora, nessun richiamo all’epoca in cui è sorto. Prestinenza Puglisi riconosce come processo qualificante dell’architettura contemporanea quello della metaforizzazione del progetto. La metafora però il più delle volte sfugge dal campo propriamente architettonico, cercando spunti in discipline ancora lontane e non legate all’architettura. Il rischio che si corre in questi casi è alto: la metafora troppo spesso deve seguire un processo di esemplificazione per fare in modo che diventi comprensibile al più vasto pubblico unico vero fruitore dell’architettura. La metafora viene quindi scremata fino al punto di essere assimilata ad un qualche archetipo che siamo abituati a riconoscere, che il tempo ci ha insegnato a identificare come forma conosciuta, assimilata. Ancora la forma. L’archetipo è di per se una forma. Non essenzialmente fisica e geometricamente quantificata, quanto più un insieme di leggi che ne disciplinano l’organizzazione, il funzionamento. La più pessima evoluzione dell’archetipo è la tipologia. La tipologia omologa i comportamenti umani in un campo ristretto di attività, una sorta di regolamento condominiale composto da rigide regole che tutti i condomini devono rispettare, senza eccezioni. Ma è proprio l’eccezione una delle peculiarità dell’individuo.

…si può parlare del design italiano come di un gioco continuo di affermazioni e negazioni, come dovrebbe essere sempre la matura evoluzione del fare progettuale. Un gioco che ha visto porre in essere nella ricerca del design italiano da una parte l’idealizzazione del “tipo”, vale a dire la ricerca dell’archetipo di ogni tipologia […] dall’altra parte a smontare “l’arroganza” di un tipo unico, standard, e uguale per tutti, per ricercare nuovi tipi, tanti e diversi tipi per tante e diverse abitudini ed emozioni2. E quindi, generalizzando il concetto, se l’archetipo va dapprima indagato nella sua struttura fondante, il passo successivo è quello di frantumare l’archetipo stesso in un a miriade di frammenti la cui ricomposizione evochi nuovi scenari, nuove sensazioni, nuovi modi dell’abitare. Sedia, seggiolina, sgabello, sedia d’ufficio, seduta, poltrona, poltroncina, trono, panca, divano, e cosi via, non sono termini che descrivono semplicemente un tipo di seduta: in realtà per ognuno di queste parole nel nostro inconscio viene a costruirsi un’immagine più complessa che associa la figura archetipa di questi modelli a diversi modi di sedere e ai valori simbolici che rimandano. Ma i vari modi di sedere non sono solo quelli corrispondenti alle dimensioni della seduta o delle sue imbottiture, l’esperienza ci insegna che possono essere tanti quanti sono gli oggetti predisposti a questo uso, a seconda, sia delle proprie caratteristiche formali, sia, ancor più, del contesto storico e sociale in cui essi nascono, oppure si diffondono.3

23.06.2005 Moffa Luigi



2 Da: Il design della sedia è il sedere di Giampiero Bosoni, Area n.80

3 Da: Il design della sedia è il sedere di Giampiero Bosoni, Area n.80

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mercoledì, 22 giugno 2005

Riflettendo [.1.]

Il nocciolo sta nel punto da cui si osserva, dal punto in cui si percepiscono talune sensazioni. Non si può assolutamente pretendere di progettare un esterno senza immergersi totalmente nell’interno. E viceversa ovviamente. Questo continuo alternarsi di visuali, unito alle sensazioni che un architetto deve saper cogliere e riversare nel progetto non può versare nel formalismo. Tralasciare gli interni è puro atto di mancanza di rispetto nei confronti dell’architettura. Noi non siamo chiamati a progettare involucri, ma contenitori. E non si possono progettare contenitori se non si è consapevoli del contenuto. Contenuto e contenitore sono l’uno l’inverso dell’altro. Se il contenitore si osserva dalla città, il contenuto si vive sulla propria pelle. Il salto di scala è notevole. La città implica una visione di insieme di svariate porzioni di superficie, con tutto l’intreccio di relazioni codici e percorsi maturati in millenni di attività di sapienti costruttori. L’interno implica la visione del particolare. Nulla si può lasciare al caso in un interno: Nel progettare i Midway Gardens F.L.Wright volle collocare dipinti, sculture e decorazioni concepiti al servizio della forma architettonica e combinarli con musica e cibi raffinati per creare un ineguagliabile “giardino del piacere”. Il celebre architetto volle controllare ogni particolare del progetto, dalla scultura alle tovaglie; inoltre, cercò di sottolineare la qualità architettonica degli spazi di questo complesso, applicando motivi ornamentali su tutte le pareti all’altezza dei fregi. Seppur duramente criticato l’apparato decorativo ritenuto pomposo e fuori moda da Henry-Russel Hitchcock e Philip Jhonson in occasione della mostra allestita nel Museum of Modern Art di New York il progetto, demolito nel 1929, dimostra tutto l’interesse di Wright per i particolari. Ma non occorrono i Midway Gardens per confermare la tesi del particolare. Dopo i primi progetti per residenze unifamiliari, Wright fece costantemente uso di nicchie e piccoli vani in cui incastrare panche ed armadi. La ragione di tali scelte è spiegata dall’architetto stesso che si lamentava dei propri clienti quando questi adornavano le case da appena realizzate con tende e mobili di antiquariato, contro la sua volontà. Con quelle nicchie era sicuro che quantomeno parte dell’arredamento rispettassero le sue volontà.

Moffa Luigi   22.06.2005

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domenica, 19 giugno 2005

Sul Movimento in architettura [.1.]   

La Casa Girasole

La Casa Girasole di Angelo Invernizzi realizzata fra il 1929 ed il 1935 rappresentò un pessimo esempio di adattamento delle suggestioni evocate dal movimento nel campo architettonico. La casa, costituita da due ali rettangolari disposte ad angolo retto, perfettamente simmetriche sia nel disegno in pianta che nella distribuzione degli ambienti interni, era sorretta da ruote collegate ad una piattaforma circolare che ruotava lentamente spinta da un motore a tre cavalli.. Invernizzi volle realizzare una casa che, proprio come un girasole, ruotasse seguendo il sole in modo da cogliere durante tutto l’arco della giornata l’esposizione ottimale dell’edificio.

Ottima l’analisi a tal proposito di Kari Jormakka: “Esaminando le piante, viene comunque da chiedersi se l’intenzione di Invernizzi fosse davvero quella di ottimizzare la luce naturale dell’edificio oppure no. Poiché le due ali simmetriche della villa creano un angolo retto, le stanze dell’una, identiche a quella dell’altra, riceveranno la luce in modo diverso: se una facciata è esposta al sole secondo un angolo ottimale, qualsiasi esso sia, l’altra sarà ad un angolo retto di distanza dall’optimum. Pertanto si arriva alla conclusione che la Casa Girasole non rappresenta effettivamente una soluzione funzionale al problema dell’illuminazione naturale, quanto piuttosto un edificio che si compiace della sua futuristica negazione della stabilità. Sedendosi in salotto si potrà infatti vedere il paesaggio scorrere lentamente, ma le ombre cadranno sempre nella stessa direzione indipendentemente dal fatto che sia mattina, mezzogiorno o sera: in questa casa-macchina il tempo naturale smette di esistere e la natura diventa uno schermo cinematografico”.

Le ombre: nella Casa Girasole si rende stabile ciò che in architettura evoca il movimento. Quelle ombre tanto care a Wright perdono la loro naturale inclinazione – è il caso di sottolinearlo – di muoversi al ritmo scandito dal sole. Un movimento tanto naturale quanto artificiale: nessun’ombra esisterebbe senza una superficie opaca, nessun’ombra esisterebbe senza la luce del sole. E mi chiedo: si possono ignorare i disegni che possiamo creare noi architetti in simbiosi con la luce del sole?

     

Moffa Luigi

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"Con un metro cubo di legno"   Il Gazebo

Oggetto del concorso


PMT Srl, la Società che organizza Legno&Edilizia, mostra internazionale sull'impiego del legno nell'edilizia, in programma alla Fiera di Verona dal 17 al 20 febbraio 2005, in collaborazione con Tecnologos rivista on line di tecnologia per l'Architettura, indice un concorso fra gli studenti delle facoltà di architettura, che ha per oggetto il progetto di un piccolo manufatto di legno.

Il metro cubo è indicativo e con questa dizione si vuol significare che il manufatto deve essere contenuto, ma se la quantità di legno dovesse eccedere il mc, il progetto non sarà escluso.

I temi del progetto sono, a scelta, uno dei seguenti tre:
-un modulo assemblabile di una cabina/spogliatoio balneare o per piscina. La sua principale caratteristica è la facile smontabilità ed accatastamento per il periodo invernale
-un gazebo per arredo giardino
-una torretta per l'osservazione degli uccelli (birdwatching)

In tutti i progetti il legno deve essere protagonista, anche se non esclusivo materiale.

Relazione allegata

Rendere in forma tridimensionale prospettica una griglia bidimensionale precostituita ed aperta su due angoli. Dare visibilità ad una piatta superficie che si trasforma in un volume tridimensionale in cui vige la fuga prospettica. Lo sguardo è attratto da ben precisi punti, alcuni dei quali finiti, vicini e visibili consciamente, altri indeterminati, lontani e visibili inconsciamente. Gli stessi prospetti inclinati verso l’esterno spingono lo sguardo a salire lungo il flusso della piacevole griglia di Mondrian, resa evidente dall’utilizzo di due diverse specie legnose: il pino, gradevole nel suo colore chiaro, per i pannelli sottili, ed il …., che grazie al suo colore apprezzabilmente più scuro, si presta idoneo a marcare le linee generatrici. L’arredo interno si attacca alla struttura nell’intento di rafforzare la continuità tra pianta e prospetti – diversificando questi due tra di loro durante il processo di composizione – e creando una sorta di fluidità spaziale tangibile e misurabile. I mattoni di legno delineano un immaginario riferimento tridimensionale, in cui manca la convenzionale ortogonalità degli assi di riferimento. Nascono come parallelogrammi irregolari nel pieno rispetto della regola geometrica in cui il progetto, nella sua complessità, si fonda. La completa apertura su due dei quattro lati consente una gradevole ventilazione estiva. Il particolare orientamento e i due prospetti pieni ombreggiano lo stesso interno durante le ore pomeridiane più calde, mentre permette nelle ore del mattino – sobrie e fresche durante la prima colazione – ai raggi solari di entrare. Il tetto è anch’esso costituito interamente in legno. Composto da una serie di tavole inclinate, idoneamente trattate con materiali impermeabilizzanti nobilita un materiale che si difende male dagli attacchi atmosferici. Il forte aggetto rispetto alla pianta e l’inclinazione dei prospetti evitano per quanto possibile, l’infiltrazione all’interno della pioggia.

“Per far capire all’osservatore che il discorso verte su un  metadiscorso e non su una rappresentazione, l’opera d’arte deve, diversamente da quella tradizionale, che avvolge coinvolgendo i sensi, produrre una sensazione di straniamento. Da qui l’espediente di presentare opere in cui è messo in discussione il confine fra ciò che è rappresentazione e ciò che è realtà… Per passare da un medium di rappresentazione a un altro – per esempio dalla realtà bidimensionale a quella tridimensionale o da questa a quella concettuale – è essenziale operare per proiezioni, siano queste anamorfosi, traslazioni o anche metaforiche”. Di Luigi Prestinenza Puglisi in “HyperArchitettura, spazi nell’età dell’elettronica”.

 

 

 

 

 

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miei progetti

sabato, 18 giugno 2005

Eisenman a Berlino

Renzo Piano? Un'archistar. Richard Meier? Impone la sua cifra. L'architettura oggi? Schiava dei mass media. L'architetto migliore italiano? Franco Purini. Ecco alcune delle sconcertanti dichiarazioni di Peter Eisenman in una intervista apparsa sul Corriere della Sera. Nulla da obiettare, ognuno è libero di pensare quello che vuole. E può anche supporre che il progetto ideato dal gruppo Eisenman per Ground Zero a New York, una monumentale gabbia acchiappa aerei, sia migliore di quello vincitore di Daniel Libeskind. Ma come tacere davanti al recente Monumento alle vittime dell'olocausto, da poco inaugurato dallo stesso Eisenman a Berlino? Si tratta di diciannove mila metri quadrati occupati da 2711 blocchi in pietra con base 95x258 cm. e altezza variabile da alcune decine di centimetri a quattro metri per un costo di 27,6 milioni di euro. Opera di architettura? Se lo è, è ben sciocca: pare che a controllare un così tozzo labirinto occorrano quasi venti addetti. Opera di scultura? Un gigantesco Cretto alla Burri? Non confondiamo, per cortesia, l'arte con la sua caricatura. E allora? Allora dobbiamo concludere che questo campo di sarcofagi ad altezza variabile, messi in fila in modo da formare una onda, è una brillante trovata pubblicitaria per i mass media. Un compitino di retorica che può fare notizia. Si ritorce contro Eisenman l'accusa di soggiacere alle strategie della comunicazione mossa, e neanche troppo larvatamente, al suo rivale Libeskind il quale, invece, sempre a Berlino, nel museo ebraico, con la retorica è riuscito a costruire reale poesia. Giova ricordare che Libeskind, a seguito della vittoria a Ground Zero, è stato oggetto di dure critiche da parte dell'establishment di cui Eisenman fa parte. Per vendicarsi si è tolto, con l'assistenza della moglie Nina che è una consumata politica, qualche sassolino e ha pubblicato il libro Breaking Ground, una autobiografia pungente, non priva di accuse e la cui lettura consigliamo. Certo non è bene scrivere di se stessi prima di aver compiuto i novantotto anni. A Libeskind -attaccato dagli intellettuali radical chic e dalle grosse corporation che, con pretesti moralistici, cercano di strappargli il progetto del secolo- però glielo perdoniamo.

Di Luigi Prestinenza Puglisi, da www.prestinenza.it

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architettura, arte, dibattito, peter eisenman

giovedì, 16 giugno 2005

AMIA - Azienda Multiservizi , Verona

Italia, Verona (VR)  - Carlo Ferrari -

Il progetto ha previsto la realizzazione del nuovo ingresso e dello sportello aperto al pubblico dell’AMIA, azienda di igiene ambientale. Il volume si inserisce tra le pieghe della palazzina uffici già esistente e il giardino alberato come piccolo innesto di architettura contemporanea.
Una nuova parete esterna in alluminio e vetro disegna la facciata dell’ingresso, mentre un pensilina a sbalzo caratterizza la zona degli uffici aperti al pubblico.
I materiali, le geometrie, i riflessi e la composizioni dei pieni e vuoti, sono utilizzati per rendere visibile il confine tra interno ed esterno.
Di giorno il progetto appare come un amalgama di elementi naturali ed artificiali.
Di notte la luce artificiale consente al visitatore un’esperienza sensoriale: le lampade di colore verde, colore programmatico che richiama le funzioni di igiene ambientali dell’azienda, vengono utilizzate per creare un’installazione tridimensionale.
Nel corridoio vetrato le lampade di colore bianco mangiano il soffitto e rendono fisicamente visibile il vetro di fondo attraverso il riflesso delle lampade.
L’artificio ottico del riflesso che viene raccolto dall’ombra della pensilina esterna espande lo spazio trasportando lo sguardo verso l’esterno.

    

     

     

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arte, installazioni, architettura residenziale

 

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